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Beatrice Bianchini
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LITTLE JOE (‘100)

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2020 ·

Di Jessica Hausner
Con Emily Beecham, Ben Whishaw, Kit ConnorLindsay Duncan, Kerry Fox,
Leanne Best

Un sibilo assordante fa da nota sonora all’incipit del film.
Migliaia di piantine prodotte in laboratorio hanno bisogno di esperti che si
prendano cura di loro: se mantenute alla temperatura ideale, nutrite in modo
adeguato e stimolate dalla parola arrecheranno un sentimento di felicità nel
proprietario.
Alice Woodard è la ricercatrice a capo dell’equipe, è lei l’artefice di tale prodigio,
ha progettato un fiore color magenta, colore che può essere ottenuto mischiando
quantità uguali di luce rossa e blu. E’ il colore complementare del verde; il
pigmento magenta assorbe la luce verde: tutti colori presenti maniacalmente
nella ricercata fotografia arty della Hausner.
Il rapporto tra la genetista botanica, madre single e il figlio Joe è molto
confidenziale, mangiano food delivery mentre il ragazzino fa paragoni tra il
padre e il collega di laboratorio, il primo troppo diverso da lei mentre l’altro
decisamente più elettivamente affine.
Tuttavia il ragazzo non riesce a coinvolgere la madre workalcoholic ad attività
alternative al lavoro da condividere insieme e costei confessa alla
psicoterapeuta di avere il timore che possa accadere qualcosa a Joe, il quale
tuttavia ha un formicaio in casa del quale si prende premurosamente cura.
Contrariamente alle disposizioni aziendali Alice decide di portare nella propria
abitazione l’ artificiale produttore magenta di OSSITOCINA battezzato Little Joe,
che veglierà sul figlio.
Disposto come altare in un angolo della casa distoglierà l’attenzione del ragazzo
dal formicaio, un primo segnale.
Già altri eventi avevano indicato dei cambiamenti nel laboratorio, vedi la
reazione del cane di Bella, l’anziana collega di ricerca, con un tentato suicidio
alle spalle…
Tutto gira intorno alla percezione più o meno oggettiva delle trasformazioni
delle persone: un mondo gelido, artificiale, algido interno e pressoché identico
all’esterno.
Il dubbio mantiene costante l’equilibrio del film: il fiore all’ossitocina produce
serenità o elimina semplicemente ogni pulsione emotiva? Produce una
sensazione di piacere o livella semplicemente l’umore? Può essere considerato
semplicemente un antidepressivo o uno stabilizzatore dei nostri stati d’animo?
Perché utilizzare il termine ossitocina e non dopamina o serotonina o endorfina
considerate anch’esse molecole della felicità?
L’ossitocina è un ormone di tipo proteico prodotto dall’ipofisi, immesso nel sistema
circolatorio e rilasciato dai recettori nervosi di alcune cellule. Svolge la funzione di
regolare organi e tessuti periferici durante il momento del parto e
dell’allattamento, stimolare il desiderio sessuale e favorire l’affettività e l’empatia.
Fino a pochi anni fa, questo neurotrasmettitore era noto esclusivamente per il
ruolo svolto al momento del travaglio e dell’allattamento, poiché facilita le
contrazioni uterine e favorisce la produzione di latte da parte delle ghiandole
mammarie. Recenti studi, hanno dimostrato che in realtà questo ormone
interviene anche in molti processi della nostra vita, giocando un ruolo di primo
piano tanto in ambito sessuale quanto nella sfera dell’affettività e dell’emotività.
Sembra evidente si voglia far convergere l’attenzione sul rapporto madre-figlio:
quell’ormone che ha consentito il parto di Alice, rendendola madre
potrebbe forse aiutarla a trovarle un distributore di affettività ed emotività
sostitutiva?
L’inalazione di ossitocina può esser una alternativa all’abbraccio, ad un pranzo
preparato, all’amore materno?
Il progetto machiavellicamente inquietante di Alice è innocente?
Le eventuali conseguenze collaterali presunte o imprevedibili sono state
considerate?
Il film è una raggelante artificiale e diabolica produzione di un thriller
comportamentale dove tutti sembrano affidabili studiosi dediti alla ricerca
mentre sono la glaciale affermazione dei più sintetici individualismi.
Alice che avverte ancora la sua culturale inadeguatezza ad essere madre sente la
necessità di restituire al figlio qualcosa che sentimentalmente non può dargli.
La sua fertilità biologica è una sterilità sentimentale e in un mondo dove non c’è
tempo per la cura e l’attenzione il post psicofarmaco potrebbe essere allevare
una pianta che ti rifornisce di ossitocina: una sorta di Alexa che invece di
rispondere ai tuoi desiderata li elimina.
Dopo la pet therapy la plant therapy: sostituire l’amore di un essere animato
con uno spacciatore di ormoni, i cui effetti collaterali sono ancora
apparentemente non conosciuti.

Tu non sei più vicina a Dio
di noi: siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la PIANTA
……………………………
( R. M. RILKE, Le mani della madre)

La madre/pianta con le sue mani/foglie accoglie la vita come fosse rugiada, ma
essere madre non si risolve nell’essere genitrice; senza la condizione
dell’accoglienza il parto si fa sterile.
Il gioco a due tra Alice e la pianta sottopseudonimo di Little Joe nasconde la vera
sterile identità: un altare alla madre che non è e non potrà essere.
I colori accesi, la musica di Teiji Ito scandiscono i tempi e le emozioni; immagini
e note sono protagonisti assoluti insieme al rosso/magenta presente in ogni
singola scena, anche in un solo particolare. Tamburi e ritmo acuiscono le
atmosfere rarefatte e ricordano non tanto gli ultracorpi quanto lo spettro degli
zombie haitiani di Bernard Brunello.
Un miracolo della forma quello di LITTLE JOE, dove si compie una cromatica
estetica psicoanalitica: la regista di Lourdes compie un altro straordinario
miracolo; dalla glaciale psicopatologia del pellegrinaggio che non ha altro tempo
di cura se non quello della guarigione dall’alto al diabolico ossessivo principio di
prestazione della tecnica, che sostituisce al tempo della cura quello
dell’annullamento del bisogno.
Un ritratto simbolico quello della Hausner, politico, sociale, antropologico, dove
la magia apollinea della vivace superficie nasconde la velata profonda realtà del
del pathos: perché al LOGOS tutti gli onori e al PATHOS le cure?



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Ideato e realizzato da Sandro Alongi
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