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Beatrice Bianchini
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LA MUJER DEL ANIMAL ( 116) (2016)

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2016 ·
di Victorio Gaviria
con Natalia Polo, Tito Alexander Gomez Arias

Colombia, Medellin, baraccopoli.
Amparo, ha diciannove anni, e viene ospitata dalla sorella dopo essere fuggita da un convento.
Viene adocchiata da Libardo, un trentenne, boss del quartiere, famoso per azioni criminali di ogni genere.
La rapisce, la stupra e la fa diventare la sua moglie/schiava, continuamente picchiata, violentata e insultata in pubblico.
Costei rimane incinta e le condizioni di vita nelle quali si trova la costringono ad affidarsi alla “protezione” dell’Animal, quel Libardo Ramirez di cui si racconta la storia.
Amparo non riesce a farsi aiutare neanche dalla sincera sorella; tutti nello spietato quartiere sono terrorizzati dalle violenze della banda dell’Animale, che emette solo insulti e grugniti mentre la madre, insieme ad altre donne, sembra esserne connivente.
Anche per le altre infatti sembra normale che l’uomo di turno compia stupri di prede giovani e vergini; nel labirinto della baraccopoli il Minotauro ha bisogno di vittime sacrificali.
La violenza è elevata a sistema normativo e anche l’altro figlio dell’Animale va allevato da Amparo e strappato dalle mani della madre naturale.
Tagliare i capelli sarà per lei l’unico modo per non farsi trascinare in pubblico, mentre, a stento senza cibo e viveri di alcun genere, dovrà vivere in una baracca di lamiera dove crescerà anche un figlio non suo.
Un’odissea disturbante a scioccante, di sopraffazione estrema contro le donne, spesso complici e testimoni, è il calvario che vive questa vittima condannata ad attendere una catarsi liberatoria.
I complici dell’Animale non esitano a tenergli le donne mentre lui le stupra perché la legge dell’homo feminae lupus è ormonale.
Il ghetto che ospita questa umanità non prevede piani regolatori, né tantomeno regole di alcun genere.
In un clima di spietato sessismo, in una comunità definitivamente degradata si prevede un’unica regola: il muto terrore come unico collante.
Solo un neorealismo grezzo e feroce poteva raccontare una storia vera, un orrore reale che si svolge tra il 1975 e il 1982.
In quelle zone, dove nacque anche il più famigerato narcotrafficante Escobar, in quella parte di Medellin, chiamata Rionegra, sembra che le cose stiano cambiando ma la testimonianza della protagonista conferma che ancora oggi nel suo paese, gli uomini nascono liberi mentre le donne no, ancora segregate come mogli/madri, non possono lavorare e vivono nella paura di denunciare i soprusi che subiscono.
Victor Gaviria, racconta questa storia in modo secco ed estremamente essenziale.
Il lacerante realismo semidocumentaristico ritratto è efficacissimo, gli attori presi dalla strada sembrano i migliori interpreti di se stessi.
I bassifondi di un’umanità che vive nelle lamiere non viene filtrato in nessuno modo e il disturbo è assordante.

La storia grezza e feroce ritrae con brutalità la più classica delle dinamiche tra uomo e donna dove il primo è l’animale e la seconda la preda oppressa anche della mancanza di solidarietà femminile.
Non è difficile comprendere che gli oppressi, gli schiavi, gli emarginati, i “diversi”, le donne, non provino, per chi divide la loro condizione, alcuna solidarietà, ma solo disprezzo, antagonismo, invidia, rivalità.
L’oppresso spesso ignaro della propria condizione, è tutto teso ad ottenere l’approvazione di chi è più forte di lui e tenta, per piacergli ed essere scelto, o solo per non essere preda, di imporre la pretesa di essere diverso dagli altri, cioè migliore.
Solo la presa di coscienza può permettere di intravedere il riscatto: e questo non manca a Amparo, presente a se stessa sin dall’inizio della sua barbara storia fino a renderla l’unica vera finale protagonista.
Un film che inchioda, lacera, violenta, che insulta chi non si fa carico della realtà dei fatti, chi non si fa carico di una storia realmente accaduta pochi anni fa, come ne accadono molte ancora oggi.
Un film ruvido sul rozzo e atavico sessismo disfunzionale per una società che si pretenda civile; un film sul primordiale e a tratti incomprensibile istinto di conservazione degli oppressi.
Un film sporco per chi non vuole vedere, ripetitivo per chi non vuole sentire, anacronistico per chi non vuole essere messo a disagio.
Un film che sciocca e incalza con un ritmo ossessivo lo spettatore che tenta di eludere la realtà attraverso la finzione.
Non si può fuggire da questo film, nessuno può farlo ed ogni tentativo è vano e vigliacco.




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Ideato e realizzato da Sandro Alongi
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