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Beatrice Bianchini
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L’ultima ora (‘103)

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2019 ·
di Sebastian Marnier
con Laurent Lafitte, Emmanuelle Bercot.

Francia. Collegio di Saint Joseph, compito in classe. Il professor
Cavadis, apre la finestra, sale su una sedia e si suicida. I ragazzi
lo osservano dall’alto.
Stessa scena di Miss Violence, quando l’undicenne Angeliki
commette il medesimo gesto.
Non sembra un caso la citazione del film di Avranas, dove il
suicidio sembra l’unica lucida via d’uscita; lì da una condizione
estrema di violenza domestica, qui da una condizione di
violenza esistenziale.
Il supplente che dovrà sostituire il docente troverà un
ambiente scolastico surreale: i colleghi, adulti destrutturati,
infantili e a tratti grotteschi; i ragazzi, piccoli zombi
inespressivi, organizzati a seguire un percorso misterioso e
segreto.
Nessuno di loro sembra provare emozioni e tra questi sei
studenti sono considerati intellettualmente precoci.
Da grandi vorranno fare rispettivamente la cassiera, la
cameriera, l’imballatore e il supplente e chiedono al
professore se ritiene di essere all’altezza di ricoprire il ruolo di
insegnante.
Atti di bullismo e di violenza impongono al nuovo supplente di
intervenire mentre il resto dei docenti sembra indifferente:
Apolline pertanto si sente autorizzata a chiedere a Michel se è
di sinistra, in quanto quelli di sinistra difendono sempre gli
oppressi.
Continue provocazioni, e curiosità del professore
contribuiscono ad accentuare la sua ossessione kafkiana, ma le
considerazioni sull’ambiente e sull’inquinamento dei ragazzi e

i loro giochi segreti non contribuiranno alla serenità
professionale del docente.
Simulazioni di atti terroristici a scuola; ragazzi che arrivano in
ritardo con evidenti ecchimosi, esercitazioni extrascolastiche
sulla resistenza al dolore.
Alcuni adulti ritengono che siano dei poveri ragazzi ricchi che
amano spingersi al limite ma il sole accecante che spesso
compare sulla pellicola individua un altro percorso
interpretativo.
I poveri ragazzi ricchi si stanno esercitando a resistere al
dolore e ad affrontare la morte.
Sono illuminati come chi, uscito dalla caverna dove si trovava
legato guardando solo le immagini/ ombre della realtà
esterna, rimane accecato.
Il mito della caverna al quale Platone ricorre fa uno specifico
riferimento all’educazione ( libro VII, 514, Repubblica) ed è
l’esatta rappresentazione della realtà: solo chi esce da quella
condizione di prigioniero delle illusioni può liberarsi e vedere
la luce, prima accecante e poi chiara e distinta.
E mentre tutti gli altri, soprattutto gli adulti docenti e gli
assenti genitori sembrano adagiati a vivere nella caverna i
ragazzi illuminati e abbagliati da cotanta realtà non
considerano neanche l’ipotesi socratica di esercitare l’arte
maieutica; ormai è troppo tardi e tutte le documentazioni che
hanno assemblato ne sono la dimostrazione.
“ convieni anche su questo fatto, che non c’è da sorprendersi se
chi è giunto fino a tal punto non voglia poi occuparsi delle
faccende degli uomini, e la sua anima aspiri sempre a restare
lassù: è in effetti del tutto verosimile che sia così, se anche
questo sta nel modo descritto dalla nostra immagine”
( Platone, Repubblica, libro VII, 514a-517d)

L’illusione della conoscenza trasmissibile attraverso
l’educazione non sembra più avere alcun effetto seducente né
per chi sa, perché ha imparato a vedere, né per chi non sa
perché non riesce a vedere.
Pertanto neanche la poetica posizione antisuicidio
schopenhaueriana, atto di resistenza alla burattinaia volontà
di vivere può avere più alcun potere attrattivo; tantomeno la
risposta antisuicidio di Camus all’assurdità dell’esistenza
come rivolta alla nostra condizione tragica e comica di
Nietzschiana memoria…
I ragazzi, proprio perché illuminati da un abbaglio, hanno
preso una decisione irreversibile e nessuno potrà distoglierli
da quell’obiettivo tanto folle quanto inevitabile.
Un film di genere misto tratto dall’omonimo romanzo di
Christophe Dufossè, fa riflettere sul perché dalla Francia
soprattutto arrivino queste pellicole realistico-nichilistiche su
una gioventù ormai disillusa e disincantata sebbene a tratti
rivoluzionaria come in Nocturama di Bertrand Bonello.
E fa riflettere anche sul fatto che quest’ultima, passata a
Cannes e questa alla Mostra del Cinema di Venezia nella
sezione Sconfini, siano apparse e scomparse come opere da
tenere sotto controllo…
L’interrogativo che Apolline rivolge al professore racchiude
l’agghiacciante centrale concetto del film: chi può essere
all’altezza oggi, nella nostra condizione, ambientale, climatica,
etica, politica, economica, esistenziale di presentare un
prospettiva futura?
O forse la cultura insieme all’arte può essere solo la
giustificazione estetica della nostra esistenza, come diceva
Nietzsche nella Nascita della Tragedia?
“Se ci sentiamo minacciati siamo autorizzati a lasciare la classe”

La metafora di questa affermazione di Apolline conferma la
loro impossibilità di scelta dettata dall’estrema lucidità.
Un film altamente imperfetto, con una sceneggiatura
traballante ma non per questo non concettualmente
sofisticatissimo.
Un atto di accusa nei confronti dell’irresponsabilità del
passato e di tutti gli adulti che lo hanno attraversato, una
presa di posizione nichilistico/illuminata di chi vede il
presente.
Un abbaglio accecante il futuro: l’ora d’uscita.



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