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Beatrice Bianchini
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FAVOLACCE (’98)

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2020 ·
di Damiano D’Innocenzo e Fabio D’Innocenzo
con Elio Germano, Batbara Chichiarelli, Lino Musella, Gabriel
Montesi, Max Malatesta, Justin Korovkin, Ileana D’Ambra,
Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani

Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è
ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto
ispirata

L’ispirazione della storia vera vede delle villette a schiera; siamo a
Spinaceto dove vivono famiglie con un apparente e cordialmente
falso rapporto di vicinato mentre poco distante da lì un cameriere
padre single vive in una casa prefabbricata.
Inquadrature più o meno ravvicinate tendono ad evidenziare vissuti
comportamentali cafoni e volgari.
La futura giovanissima mamma sguaiata e sciatta e le anaffettive
madri di ragazzini inquieti di fronte a paternità complici di trivialità
diseducanti.
Una periferia che ispira la storia vera di giardini con piscine
gonfiabili dove i ragazzini condividono l’apnea indotta dalle famiglie.
Dove i pidocchi si insinuano nei capelli e i progetti nelle menti dei
ragazzini meno oziosi.
La turpitudine etica di genitori che non comprendono come sia
possibile avere figli così diversi da loro che li osservano come
statue nel museo degli orrori.
La favola è proprio questa, come conciliare la sordità morale degli
adulti con la minuziosità dello sguardo dei bambini?
Se la Spinaceto di 30 anni fa di Nanni Moretti non era affatto male,
oggi, vista da dentro è il male. Il problema evidentemente non è
Spinaceto, quartiere romano di periferia, come tanti altri, compresi
quelli di Roma nord, e di città che parlano altri dialetti.
Il problema è l’analfabetismo emotivo e il disimpegno morale che da
trent’anni cresce e si ramifica in quella “società naturale fondata sul
matrimonio”: la famiglia.
Se due dei coniugi rappresentati dalla regia si definiscono
rispettivamente padri e madri meravigliosi mentre i figli ordiscono
progetti aldilà del bene e del male, sembra evidente che la storia
falsa debba presentarsi con l’intestazione di poco ispirata…
Ma l’ispirazione è quella di far diventare una favola falsa una
favolaccia laddove i personaggi e gli ambienti sono fantastici
mentre i comportamenti e i difetti terribilmente realistici.
I bambini non ridono, non sanno ridere, il loro smile somiglia ad una
smorfia di dolore; non parlano se non per chiedere alla giovane e
provocatoria adolescente sfatta se desidera il figlio che ha in
grembo mentre intinge un biscotto nel latte del seno spremuto.

Il conformismo immorale dei genitori fa sentire a questi figli “la
mancanza di benedizione alla loro nascita, cosa che poi li rende
tristi e infelici per tutta l’infanzia e la giovinezza”
(P.P. Pasolini, Lettere Luterane)

Questo raccontano magicamente i due fratelli, mistificando una
realtà così evidente che il pessimismo di cui vengono tacciati
evidenzia l’incapacità di visualizzare l’ombra che una anormalità
sconosciuta getta sulla vita.
Quella vita che ispira una storia falsa e poco ispirata che educa
all’incertezza e alla mancanza d’amore fatta di una falsa certezza
così crudele e impietosa da non ammettere disobbedienze.
Essere “bravi” è il primo comandamento del conformismo ma la
disobbedienza è il risultato di una obbligatoria tendenza all’infelicità.
La storia vera e la storia falsa si intersecano sul cammino di una
ispirazione tragicamente concreta, laddove la disperazione tardiva
e la cronaca televisiva ritraggono l’ontologica e ormai irreversibile
incapacità di osservare e di capire.
Una Miss Violence quella dei fratelli D’innocenzo che si presenta
subito come storia falsa poco ispirata, mentre quella di Avranas era
tratta da una storia vera.
La verità è un’illusione di cui si è persa la natura illusoria, diceva
Nietzsche e l’ideale del vero è la finzione più profonda.



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Ideato e realizzato da Sandro Alongi
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