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Beatrice Bianchini
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Ema (‘ 102)

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2019 ·
di Pablo Larraín
con Mariana Di Girolamo e Gael Garcia Bernal


Valparaiso, Cile
Un semaforo brucia al centro della strada.
Ema è una giovane donna, vuole lasciare il compagno Gastón, di 12 anni più grande, perché la loro relazione è finita con la fallita adozione di Polo un bambino affetto da disturbi psichiatrici. Ema è una ballerina di contemporanea, e quando, insieme alle sue amiche, balla il reggaeton lui, coreografo, si scatena in una divertente invettiva contro un ballo che a suo dire concede illusori spazi di libertà sotto il controllo di un sistema spietato.
Ema, lo ascolta, lo accusa di essere sterile, lo abbandona e lo cerca. Insegue continuamente qualcosa mentre il suo carattere manipolatorio tende ad incenerire come una sfinge impietosa chiunque ostacoli il suo volere.
Il bambino adottato ha dato fuoco al volto della sorella, ma Ema non vuole rinunciare a nulla. È etero ma anche lesbica, vuole un figlio ma lo restituisce, vuole ballare e usa il suo corpo come puro scrupoloso atto di seduzione. Ha capelli ossigenati che sembrano incollati come una economica parrucca, veste come una rapper e ama indurre in tentazione.
Il suo corpo è una macchina infernale: un prometeo scatenato senza vincoli di misura, una Erinni contemporanea che si divincola tra corpi bisex, una baccante in cerca di uno spasmo di vita. C’è sempre una danza funebre nel suo ritmo, una volontà di vivere senza desiderio alcuno; un impulso irrefrenabile a sedurre narcisisticamente ogni anima da depredare.
L’ incessante volontà di volere che la insidia la rende funzionaria di una specie che non riproduce vita ma compulsione.
Se Raul Peralta voleva essere semplicemente Tony Manero nell’omonima primo lungometraggio di Larraín qui Ema vuole essere semplicemente tutto.
Se li la psicopatologia è personale e vissuta in un contesto dittatoriale, qui la psicopatologia è trasversale e vissuta in un contesto pubblico.
“ Se dal 2000 al 2015, ben 53 adozioni sono fallite in Cile, è un dato reale sul quale occorre riflettere” sostiene Larraín,
Il nichilismo che accompagna le nuove generazioni, il caos familiare che lo determina e che lo predispone, sono il filo conduttore sul quale il regista cileno pone l’attenzione. La musica elettronica concettuale di Nicolas Jaar, scandisce una scenografia coloratissima, estetica, ipnotica, alienata.
Come Raul di Tony Manero, Ema vuole ballare e mentre lui ha un unico obiettivo per raggiungere iil quale ogni mezzo è giustificato, lei non può rinunciare a nulla vuole tutto qualunque sia il mezzo e il fine.
Dalla dittatura militare della negazione delle possibilità, alla dittatura sociale della negazione di ogni impossibilità; non c’è limite e non c’è scelta perché non esiste il desiderio fottuto dall’implacabile volere di volere.
Tutto è possibile coincide con l’impossibilità ontologica di essere e di fondare una scelta, la scelta del limite, della regola, dell’etica.
Ma forse la scelta di Ema, come quella delle nuove generazioni è di non scegliere e di lasciarsi vivere e danzare dall’inquietante ospite che è il nichilismo: il trionfo metafisico del nulla, colorato, ritmico, frenetico, dionisiaco, epilettico, incendiario ma pur sempre Nulla.



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