ArtBea
Beatrice Bianchini
Vai ai contenuti

DOPPIA PELLE (LE DAIM ) (’77)

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2020 ·
di Quentin Dupieux
con Jean Dujardin, Hadel Hanel

Non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un
piacere, per non esserne più ossessionati
CESARE PAVESE
Cit. da Il mestiere di vivere

George è a bordo della sua auto e si aggira per le campagne francesi:
getta la sua giacca di velluto nel water di un distributore, intasando
completamente lo scarico. Ha un appuntamento per acquistare una
giaccia di puro daino al 100% made in Italy, usata, ma in ottime
condizioni con le frange perfettamente intatte. Porta con sé 7550 euro
e riceve in omaggio dal venditore privato anche una videocamera.

Inizia a specchiarsi frequentemente sui vetri dell’auto e a riprendersi.

Si reca in un hotel e prenota una camera per un mese, si guarda
continuamente allo specchio, è ipnotizzato dalla giacca.

Non riesce a prelevare i soldi al bancomat, il suo conto è stato bloccato
dalla moglie la quale gli dichiara: “ non sei da nessuna parte, non
esisti più” e lui getta il cellulare nella spazzatura.

Offre la sua fede nuziale a garanzia del pagamento della camera nella
quale soggiorna; in un bar incontra una cameriera, Denise, che
diventerà la sua complice professionale. Racconta di essere un famoso
regista e la giovane ragazza, appassionata di montaggio gli offre la sua
collaborazione oltre al suo denaro.

Intanto George riceve comandi dalla giacca e le esprime un desiderio,
quello di diventare l’unica persona al mondo ad indossare
quell’indumento.

“L’uomo reificato ostenta la prova della sua intimità con la merce. Il
feticismo della merce raggiunge dei momenti di eccitazione fervente.”
(Guy Debord)

Riceve in regalo da Denise un paio di pantaloni di daino al 100%, trova
tra le mani del defunto portiere di albergo un cappello di daino 100%,
acquista guanti e camperos sempre dello stesso materiale, ormai la
sua doppia pelle è al completo: Le Daim.

Deve solo riuscire a realizzare il suo desiderio/ossessione…

Invita persone a sottoporsi al provino per il suo film, costoro
dovranno portare tutte le giacche di loro proprietà depositarle nel
portabagagli dell’auto di George e ripetere il solito mantra:

“GIURO CHE NON INDOSSERO’ PIU’ UNA GIACCA IN VITA MIA”

Inizierà da qui un’ escalation di violenza; la lucida follia di George non
conoscerà limiti; userà improbabili armi e grotteschi pretesti per
raggiungere il suo esilarante obiettivo, attendendo fuori dal cinema
l’uscita dei clienti per portare a termine il genocidio delle giacche,
sepolte in fosse comuni.

Uno psycho-horror dal finale sorprendentemente imprevedibile vede
compiere il sacrificio estremo, quello dedicato all’altare
dell’ossessione del godimento.

Definire Quentin Dupieux, produttore musicale, musicista e regista ,
un artista non convenzionale, non restituisce il portato delle sue
opere, apparentemente surreali e estreme, sostanzialmente e
formalmente il ritratto di una realtà che va oltre la sua credibilità.

La scelta fotografica virata al cinema anni ’70 colloca la storia in un
contesto spazio temporale indefinito, come lo sono i protagonisti con i
loro caratteri sfocati e disturbati.

Con Doppia pelle e i suoi precedenti film Dupieux costringe lo
spettatore a guardare con occhi increduli ciò che con uno sguardo
attento è la realtà.

Qui la psicopatologia di George si compie nella sublimazione del sé in
merce e della merce in fenomeno artistico.

La giacca rappresenta quel plusvalore che giustifica il plus de
jouissance posta al servizio del mondo delle merci: il discorso del
capitalista, come dice Lacan, è quella macchina del godimento, che
implica l’assenza di legge, l’assenza di rimozione, l’assenza del
sentimento dell’impossibile: qui tutto è possibile, tutto diventa
possibile.

George non ha limiti, è una macchina acefala di godimento; il nuovo
padrone, la merce, la giacca, non ha un volto umano; l’iperattività di
George è ebbrezza, maniacalità bulimica, astuzia di macchina
infernale, perché l’oggetto prodotto da questo godimento non è
finalizzato a colmare la mancanza ma è finalizzato a produrre una
pseudo mancanza votata a rilanciare costantemente la domanda in
uno stato di convulsione iperattiva permanente.

La servitù volontaria diagnosticata da La Boétie ha una nuova pelle,
non è più quella della dialettica servo-padrone ma quella del consumo
alienato che diviene un dovere supplementare.

Quentin Dupieux, il Guy Debord della regia contemporanea, rende la
merce sensibilmente sovrasensibile e piena di capricci teologici, un
mondo stregato, dove le cose dominano i vivi e dove l’umanità si perde
proprio laddove dovrebbe trovarsi.

Ed ecco che con la figura di Denise, il dispiegamento diviene
metafisico, tanto che lo snuff-movie ripreso dalla videocamera di
George viene fagocitato nel montaggio e sublimato
beffardamente in arte.

Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra
persone, mediato da immagini.
(Guy Debord)



Nessun commento




Ideato e realizzato da Sandro Alongi
Torna ai contenuti