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Beatrice Bianchini
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BEWARE OF CHILDREN

beatrice bianchini
Pubblicato da in 2019 ·
di Dag Johan Haugerud
Un campo da calcio inquadrato da lontano, si vede un corpo a terra,  persone si muovono intorno in modo concitato, niente audio, qualcuno  corre dietro una ragazzina, la ferma, le parla, non si sente nulla.
Usciva il sangue dalle orecchie, non è buon segno, poco dopo si apprende: il bambino è morto.
Si tratta di Jamie, il figlio di un politico di destra.
Lo avrebbe colpito Lykke, figlia tredicenne di un politico laburista.
Da qui parte il lungo racconto misterioso e insinuante di Dag Johan  Haugerud,  che individua e ritrae, indica e nasconde, mostra e occulta.
Lykke avrebbe colpito con lo zaino Jamie, provocandogli così un’emorragia celebrale: ma perché?
L’articolata costruzione narrativa coinvolge genitori e professori, dei quali nessuno era presente durante l’accaduto.
Indizi politici, versioni discordanti, strategie dei media; c’è  violenza a scuola? Su chi ricade la responsabilità dell’accaduto?  Servizi sociali per Lykke? Chi doveva vigilare? Perché non si trovava  sul posto?
Il senso di colpa dilaga tra professori e genitori; si discute di  aggressività e di non poter prendere le distanze da chi ha ucciso o  forse provocato la morte.
Si sono rispettati i protocolli di sicurezza? C’è chi insinua che  tra i ragazzi c’è bullismo, provocazioni di ogni genere. Sarà il caso di  pubblicare una pagina commemorativa su Facebook per Jamie? E’ peggio se  a morire è un bambino o un adulto?
Le dinamiche familiari; di coppia; genitoriali, professionali anche  se il caso sarà comunque archiviato perché lei è una bambina e non può  essere processata; ma questo la mantiene comunque in uno stato di  colpevolezza.
La casa dei bambini può essere un aiuto.
Nessuno evidenziava che Jamie era il più bravo, anche a calcio,  la  compresenza di 50 diverse nazionalità a scuola tendeva a livellare  piuttosto che differenziare: una questione di politiche scolastiche.
Le differenze di genere sembrano meglio tollerate di quelle che si  individuano nello stereotipo destra/sinistra  un elementare schema  fondato sul pregiudizio più o meno reciproco.
Il ruolo professionale del docente è continuamente esposto al  dubbio se sia più corretto sdrammatizzare o tracciare il confine, il  limite attraverso l’applicazione del provvedimento disciplinare di  fronte alle provocazioni degli studenti.
Quale differenza emerge tra il comportamento adulto e bambino;  quanto mentono gli adulti rispetto a se stessi nel rapporto  con i  propri figli; quanto comprendono e determinano i docenti del rapporto  che si istaura tra loro e gli studenti.
Il quartiere di Oslo nel quale accade il drammatico fatto diventa  il semplice microcosmo/ pretesto per focalizzare l’attenzione su una  interminabile serie di riflessioni.
Accadimenti, regole, conflitti, complessità, pregiudizi si  intrecciano per risolversi in uno sguardo, quello infantile, più  articolato del previsto; più semplice del supposto; più sofisticato del  presunto.
L’occhio del bambino, diventa uno sguardo che mette a nudo l’insita  insofferenza umana all’assunzione di responsabilità; una incapacità di  osservare la propria improvvisata assunzione di ruoli predisposti.
Le immagini iniziali, senza audio diventano, con il trascorrere dei minuti, ben ‘157, sempre più eloquenti e disturbanti.
L’obiettivo del film si rivela  in realtà non comprendere come sono  andate effettivamente le cose quanto mettere sotto la lente di  un’attenta osservazione le reazioni delle persone che ruotano intorno al  fatto, come accade negli inquietanti film dello svedese Ostlund;  reazioni che introducono il caos in un ordine fatto di convenzionali  regole, ruoli, procedure che entrano immediatamente in crisi di fronte a  fatti imprevedibili.
Soprattutto là dove si intaccano quegli ambienti rappresentati  dalla scuola e dalla famiglia,  ritenuti impropriamente salvaguardati,  il problema diventa il modo con il quale poter indagare quelle  costruzioni sociali  iperprotettive che ostacolano l’individuazione  della vera identità dei bambini.
La vera questione sembra quindi essere quella posta dal titolo  originale del film “BARN” ossia, semplicemente “bambini,” ossia quella  moltitudine di adulti bisognosa di rimuovere qualunque ombra che oscuri  la necessità di distinguere nettamente il bene dal male.
Quanto nei bambini sia centrale la caoticità del principio del  piacere rispetto alla rigidità del principio di realtà degli adulti  sembra una necessità evidente della narrazione.
Il film ci cala in uno spaccato  psicopedagogico dal quale è  impossibile prendere le distanze perché rappresenta il ritratto di una  realtà  più o meno educativa della società occidentale contemporanea.
L’attenzione è rivolta a sottolineare attraverso una ricca  discussione e argomentazione di temi esistenziali e attraverso una  attenta cura delle scene tra le quali l’ inquietante incontro tra la  tredicenne Lykke e il papà di Jamie, il continuo scambio di ruoli  bambino/adulto – adulto/bambino. Il “gioco” è evidenziato dal tema  centrale del film ossia genitore/figlio, professore/alunno posti  continuamente difronte all’arduo, a tratti disperato,  tentativo di  educare a diventare adulti soprattutto quando si assottiglia sempre più  l’imprescindibile distanza tra i ruoli.



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Ideato e realizzato da Sandro Alongi
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